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Forse, di Giovanni
Guarino Amella il più bell'elogio lo lasciò scritto l'on. Paolo
D'Antoni, egli che, pur militando in campo avverso, nel rievocare,
nel febbraio del 1950, la figura e l'opera dell'uomo politico da
poco scomparso non poté fare a meno di inchinarsi commosso al suo
magistero morale. Disse, in quella occasione: "Noi non esaltiamo
oggi il partito, la fede dell'estinto, ma il modo con cui egli servì
il suo partito e professò la sua fede, l'esempio della sua vita
dedicata con intelligenza, con coraggio e con assoluto disinteresse
al Paese, senza tradire mai i due grandi ideali della democrazia,
direi meglio dell'umanità: la libertà e la giustizia"; e disse
anche: "La sua grandezza fu nel suo carattere. Dovunque, e sempre,
il suo pensiero concordò con la sua azione. Non amò le sottili
distinzioni e le ambigue adattabilità. Per mantenere la parola e la
fede non spese soltanto parole, ma sacrificò tempo, lavoro e denaro,
che per lui era frutto di lavoro... Se avesse voluto, avrebbe goduto
di considerevoli ricchezze, senza compiere disonestà o viltà alcuna.
Guarino Amella vi rinunziò, perché fu indifferente alla ricchezza,
sensibilissimo alla dignità, geloso della sua fierezza". Parole,
queste, che magari suonano oggi incomprensibili ai
più.
Tributo
Né, a parte il postumo omaggio dell'Assemblea regionale,
che per un giorno sospese i proprio lavori, altro tributo di stima
venne reso all'uomo che per una intera vita - nelle piazze, negli
arenghi politici, nell'aula parlamentare - aveva dibattuto i
problemi della Sicilia e che, per l'azione svolta dopo la
liberazione, aveva indissolubilmente legato il proprio nome
all'Autonomia.
Dell'istituto
regionale Guarino Amella era stato assertore convinto e fervente:
interprete sensibile delle esigenze dell'isola, allorché la rapida
crisi dello Stato unitario, accelerata dallo sbandamento delle
coscienze e, qui da noi, dalla rivendicazione protestataria di una
falsa ideologia, ripropose in termini di urgenza il problema del
rinnovamento delle strutture istituzionali della nazione, intuì e
colse il senso profondo dell'istanza autonomistica, che incanalò nel
solco del riformismo costituzionale, affrontando con la stessa
dommatica inflessibilità che ne aveva caratterizzato le azioni e con
spirito critico i problemi giuridici della Regione.
In questa
direzione il suo contributo fu, per unanime riconoscimento,
determinante. Del resto, che cosa abbia rappresentato Giovanni
Guarino Amella nelle vicende storiche e istituzionali dell'Autonomia
è testimoniato dall'attività da lui svolta in seno alla Consulta
regionale, dalla quale era stato chiamato a far parte, è confermato
da tutto quel fecondo lavorio politico che ne fu quasi la premessa
indispensabile, concretatosi negli anni '43 e '44 nei consueti
incontri, negli uffici del vicolo Cerda a Palermo, con gli amici di
fede democratica di varia estrazione ideologica (c'erano Pasquale
Cortese e Giuseppe Montalbano, Vincenzo Vacirca e Carlo Ardizzone,
Enrico La Loggia e Fausto Montesanti, Roberto Giuffrida, i fratelli
Napoli e tanti e tanti altri); è documentato negli atti della
Commissione paritetica per l'elaborazione delle norme di attuazione
dello Statuto, della quale egli fu presidente.
Era stato anche
l'estensore di un progetto di Statuto regionale. Compito invero
assai arduo quello che si era assunto, poiché si trattava di
muoversi in un campo irto di difficoltà e di incognite, di costruire
un sistema giuridico e costituzionale in pratica senza l'ausilio di
alcuna precedente esperienza, in quanto non erano perfettamente
trasponibili alle nostre esigenze e alla nostra organizzazione
istituzionale i sistemi austriaco e catalano, in cui le Diete e le
Generalidad si configuravamo come compiute strutture parlamentari
per le materie di interesse locale.
In qual modo abbia risolto
Guarino Amella i complessi problemi giuridici, organizzativi,
procedurali, finanziari che l'istituto regionale poneva non conta i
questa sede di indagare. Oggi quel documento ha solo interesse
storico, come testimonianza di una disciplina e di una tensione
morale non comuni, né, d'altronde, malgrado il compiuto valore
giuridico e la sostanziale organicità dell'articolato, ebbe
particolare influenza sulla successiva gestazione della carta
statutaria dell'Autonomia, redatta - come è noto - sulla base del
progetto predisposto dal prof. Salemi, ancorché integrato da altri
contributi.
Difficoltà
Del resto, lo stesso Guarino Amella si mostrava
consapevole delle supreme difficoltà e delle notevoli divergenze di
vedute che rendevano arduo il problema costituente della Regione
(c'era da risolvere questioni di fondo, problemi apparentemente
insormontabili o validi per contrapposti aspetti nelle varie
alternative prospettate: creare un organo legislativo con elezione a
suffragio diretto o di secondo grado? di origine interamente
elettiva o con l’integrazione di rappresentanze su base corporativa?
e in forza di quali criteri determinare le materie di competenza
della Regione? poi, mantenere o eliminare le Province? e il sistema
finanziario? e le garanzie costituzionali?), se, sottoponendo
nell'aprile 1945 il proprio progetto al primo congresso regionale
del Partito Democratico del Lavoro, che doveva deliberarlo,
concludeva con assoluta umiltà: "Signori congressisti, del mio
progetto di Statuto vi ho espresso i punti che offrono difficoltà e
dubbiezze, in quanto si prestano a diverse soluzioni. Io ne ho
scelto una, naturalmente; ma, io per primo, non sono sicuro di aver
scelto la migliore. Al vostro senno affido questo mio lavoro, perché
lo emendiate, sì da renderlo rispondente agli interessi della nostra
Sicilia".
Di una cosa,
però, era assolutamente convinto, egli, politico di grande
esperienza e clinico osservatore dei complessi fermenti civili che
travagliavano quell'inquieto dopoguerra siciliano, in cui il timido
processo di riorganizzazione dei grandi partiti unitari non poteva
costituire di per sé solo una sicura barriera alle spinte manovre
dei separatisti: ed era che si facesse presto, che non si
procrastinasse ulteriormente l'istituzione dell'Autonomia, per non
pregiudicare le attese e i diritti della Sicilia.
Che cosa
importava che, in regime di emergenza, quando ormai tutti gli argini
costituzionale erano rotti e si operava praticamente in clima
rivoluzionario, con un ministero senza rappresentatività, il quale
legiferava come un qualunque governo provvisorio in attesa che la
Costituente desse sanzione giuridica al nuovo Stato italiano, con le
giunte comunali di nomina prefettizia, con la stessa Consulta
regionale mùtila di poteri, che cosa importava in siffatte
condizioni che lo Statuto regionale venisse promulgato per decreto
luogotenenziale, ossi con un ennesimo atto incostituzionale emanato
da una monarchia non parlamentare? Certo, i supremi interessi
garantistici imponevano che l'autonomia venisse data con legge
costituzionale, non revocabile o modificabile se non da una nuova
Costituente e con le forme e le garanzie che sono il presidio delle
costituzioni; ma la sanzione della Costituente sarebbe venuta dopo,
intanto occorreva non perdere altro tempo in sterili discussioni per
non obliterare, e rischiare di sommergere sotto la pressione di
astratti scrupoli formalistici, l'interesse preminente della
Sicilia.
Non era un problema di secondaria importanza che si
agitava nell'oscuro, tormentato panorama politico che rendeva
incerti gli anni della faticosa ripresa democratica della nazione; e
la più recente critica storica ha evidenziato che rinviare, come da
taluni si voleva, alla futura Costituente o posporre alla
celebrazione delle elezioni amministrative la deliberazione
dell'Autonomia sarebbe stato un errore politico dalla portata
incalcolabile, sarebbe equivalso a fare il giuoco dei vari Nenni,
dei vari Einaudi, di tutti coloro insomma che si mostravano
insensibili addirittura avversi al nuovo esperimento istituzionale,
e probabilmente avrebbe procrastinato fino ai nostri giorni la
creazione della Regione, nel quadro di un generale uniformismo
strutturale.
Per questo, il
merito di Guarino Amella nell’avere intuito e posto in guardia dal
pericolo non è minore di quello acquisito per il contributo di
dottrina offerto nella trattazione e nella ricognizione dei problemi
istituzionali dell’Autonomia. Ai tiepidi egli dette una fede, a
coloro che apparivano distratti da inconsistenti esigenze
formalistiche oppose il fermo convincimento di una esigenza di
improrogabilità, chiara nella propria coscienza. In questo senso, i
suoi interventi in seno alla Consulta hanno valore illuminante;
"Prendo la parola con molta tristezza, io mi domando: perché abbiamo
perduto sei giorni in discussioni? A questa Assemblea chiedo un
momento di responsabilità, chiedo che non venga respinta la proposta
di avere subito, per decreto, l’autonomia. Respingerla è un errore
politico di cui potremo pentirci!"; egli stesso dette l’esempio per
primo, rimboccandosi le maniche: "Ci riuniremo oggi, lavoreremo
questa notte, studieremo il progetto e cominceremo la
discussione".
Impegno
Uno spirito indomabile, una ferrea autodisciplina, una
naturale vocazione ai concreti interessi, aliena dalle formule
astratte e dagli equivoci compromessi, il suo modo di intendere e di
far politica, ch’era in lui espressione di una compiuta sintesi di
coscienza critica e di azione, di volontà e di forza realizzatrice,
la costanza della sua tensione morale, la professione di una
incrollabile fede meritarono a Giovanni Guarino Amella unanimi
riconoscimenti e consensi; e, certo, se le definizioni non dovessero
alimentare il rischio di costringere coloro cui si applicano nei
limiti di una troppo astratta classificazione, non può negarsi che,
per il costante impegno sicilianista e per il contributo offerto
all’approfondimento e alle soluzioni dei problemi istituzionali
della Regione, a Guarino Amella convenga di esser posto fra i "padri
nobili" dell’Autonomia, a fianco, per intenderci, di uno Sturzo e di
un La Loggia, ai quali, per tanta convergenza di carattere e per
tanti aspetti dell’azione politica, la sua figura e la sua vicenda
umana vanno, ancorché su differenti piani politici e ideologici,
accomunate.
Eppure a quest’uomo, al quale, ormai al tramonto
della vita, si schiudeva la prestigiosa prospettiva di presiedere la
prima Assemblea regionale, non toccò la sorte di entrare a far parte
di quell’istituto che aveva tanto contribuito a realizzare. Era
stato il suo sogno dominante degli ultimi anni; ne scriveva, nel
luglio del 1946, a De Nicola, appena eletto alla suprema
magistratura dello Stato, con commossi accenti: "Io, come italiano e
come amico, ne gioisco (della elezione a Capo dello Stato, n.d.r.).
mi dispiace di non poterti a voce manifestare questa gioia, perché
ormai son tagliato fuori dalla politica nazionale e non ho ragione
di venire a Roma. Mi contento dell’umile carica di consultore
regionale, nella speranza di poter essere almeno per una volta
membro della prima dieta regionale della Sicilia".
Presentatosi
con lista personale nel collegio di Agrigento alle elezioni
regionali, malgrado l’eccezionale numero di suffragi riscossi, non
conseguì il quoziente di lista. Venne escluso ma, finché visse,
continuò a partecipare spiritualmente alle sorti della Regione, e
chi lo conobbe ne ricorda la consueta presenza nell’aula di Palazzo
dei Normanni, pateticamente confuso tra il pubblico, ancora
animatore di fecondi dibattiti, prodigo di consigli, ispiratore di
azioni.
Il 19 ottobre 1949 si spense; tornava per sempre alla
terra, nella sua S.Angelo Muxaro.
Fra la piccola patria di
origine, il natìo borgo, la terra dei suoi padri, quella che
ciascuno di noi porta per tutta la vita dentro il cuore: poco più
che un agglomerato di case umili e grigie nell’entroterra
agrigentino. Qui era venuto al mondo in una famiglia di piccoli
possidenti rurali alle prese coi quotidiani problemi della
sopravvivenza, in un periodo di gravi tensioni economiche e civili,
l’8 ottobre 1872.
Gli ann dei suoi studi di legge a Palermo
furono determnianti per la sua formazione spirituale. Erano anni
tragici, animati dalle passioni politiche, sconvolti da persistenti
fermenti rivoluzionari e da rigurgiti di protesta: alle grandi
speranza dischisue alle masse lavoratrici dalla "rerum Novarum" e
dall’opera riformatrice della Chiesa e all’azione dei socialisti,
portatori di un nuovo credo democratico e umanitario, la politica
crispina opponeva il proprio intransigente conservatorismo. Ma una
politica di conservazione equivaleva a prolungare l’iniquità di un
ordinamento economico-sociale che sulla secolare miseria delle plebi
rurali, sulle condizioni di regresso del popolo minuto imponeva gli
abusi dello sfruttamento e degli arbitri più sfrenati.
I
municipi, in mano alla borghesia, costituivano in molti casi
strumenti di oppressione; nelle campagne, i gabelloti, protetti dai
padroni, taglieggiavano i contadini, arricchendosi sulle loro
fatiche; l’esasperazione covava negli animi: sarebbe esplosa qualche
anno più tardi in sussulti sanguinosi in vari centri dell’isola,
repressi ben presto con misure di altrettanto cruenta
violenza.
In quegli anni Giovanni Guarino Amella aveva già scelto
la propria strada: a Giuseppe De Felice, a Nicolò Barbato a Giuseppe
Garibaldi Bosco, che agitavano il romantico sogno della
rigenerazione civile della Sicilia, aveva dato la propria adesione;
egli stesso, nella provincia di Agrgento, partecipò alla formazione
dei fasci dei lavoratori. Ma all’azione di coloro che vedevano la
soluzione dei problemi sociali dell’isola in un’opera di violenta
disgregazione politica oppose la propria ferma idealità democratica
e una corretta concezione legalitaria.
Sulla
breccia
Per l’arco di
un intero trentennio fino all’avvento del fascismo e dopo, fu sulla
breccia: e ovuqneu, in tutti gli incarichi assoli, in tutti gli
uffici ricoperti (fu, tra l’altro, nel 1911, presidente della
Deputazione provinciale di Agrigento, e dal 1914, pro-sindaco di
Canicattì), portò la propria intima misura di equilibrio, il proprio
impegno civile, il rigore di una profonda dottrina e di una
incorrotta disciplina morale.
Che cosa sarebbero state, ad esempio, la Lega fra i
Comuni per la riforma delle circoscrizioni territoriali e l’altra
per l’abolizione delle decime ecclesiastiche, delle quali egli fu
segretario, senza la sua azione e i suoi studi? Oggi, forse,
esauritosi con la loro soluzione l’interesse per tali problemi, non
se ne percepisce la rilevanza e persino la difficoltà, ma
testimonianza della serietà dell’opera di Guarino Amella restano gli
atti e le relazioni che si meritarono allora le lodi del Salvioli e
dello Scaduto. Frattanto, esercitava con successo la professione
forense.
Alla Camera, dove assolse il mandato parlamentare per
tre legislature, dal 1919 al 1926, prima come deputato radicale e
successivamente come rappresentante della Democrazia Sociale, portò
il proprio metodo di lavoro nella trattazione dei problemi
socio-economici della Sicilia. E sempre con nel cuore e nella mente
il grande sogno del riscatto delle plebi rurali, l’assillo
quotidiano della soluzione dei mali endemici della sua terra, la
speranza di una rigenerazione civile fondata su nuovi ordinamenti
democratici che s’imponessero sulle viete sopravvivenze di istituti
ancora classisti e sul sistema di privilegi ad economia
agraria.
Per questo, sostenne l’esigenza della trasformazione del
latifondo, e alle tesi di coloro – conservatori eminenti come il
marchese Di Rudinì e persino socialisti come il Cammareri Scurti –
che ne propugnavano la conservazione come unità culturale
necessaria, oppose l’imprescindibilità di una politica di riforma e
del trasferimento della proprietà della terra ai contadini; questi,
vincolati nella gestione dei loro poderi dagli orientamenti espressi
da un organo comune su base cooperativistica.
Nello stesso tempo,
si occupava dei problemi economici dei mestri elementari, della
riforma del codice penale, del potenziamento delle linee
ferroviarie, della fornitura di acqua potabile ai comuni della
Sicilia, della crisi zolfifera e delle condizioni della pubblica
sicurezza nell’isola.
Antifascista
Il
fascismo lo trovò dall’altra parte della barricata: per chi, come
lui, per tutta la vita si era opposto al sopruso e alla corruzione
non vi era posto in una soluzione di acquiescenza che presupponeva
penosi compromessi ideologici e morali. La partecipazione alla
secessione parlamentare dell’Aventino, il gruppo politico in seno al
quale Guarino Amella assunse le funzioni di segretario, costituì
l’ultimo episodio di opposizione aperta al regime, che qualche mese
dopo, con una serie di leggi "fascistissime", doveva avviare la
trasformazione delle strutture statali in senso
totalitario.
Con la decadenza
del mandato parlamentare, deliberata dalla Camera nel novembre 1926,
ebbe inizio per Giovanni Guarino Amella, come per tanti democratici
sottrattisi alle lusinghe del potere o al facile revisionismo, il
lungo periodo del ritiro nella terra d’origine, il ritorno alle
pratiche professionali, l’anonimo e tranquillo rifugiarsi in una
modesta esistenza borghese.
Quando, dopo la
guerra, negli anni delle faticosa ripresa civile della nazione,
tornò alla vita pubblica, fermentante – come si è visto – di nuove
istanze, di vaghe aspirazioni di rinnovamento istituzionale, era un
vecchio ormai (aveva più di settant’anni), ma con tanta energia
nello spirito, con tanta forza morale da far ritenere che su
quell’antico tronco le bufere si fossero addensate
invano.
C’era ancora
bisogno di lui. Riprese l’interrotto
discorso.
da Il Giornale di
Sicilia, 1 novembre 1972
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