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A tre mesi
dalla morte di Guarino Amella
“A Giovanni Guarino Amella dottore in
giurisprudenza, acuto studioso di scienze sociali, instancabile
agitatore, giornalista, nelle polemiche invincibile che alla Patria
grande ed a questa sua adottiva città l’opera sua dedica, i
canicattinesi questa pergamena offrono”
tale pergamena, offerta anni or sono, dagli
amici più intimi all’Uomo che oggi stiamo commemorando compendia
fatalmente l’attività, lo spirito, la vita dell’Illustre
scomparso.
Uomini ben più degni di me, e di me più
preparati avrebbero dovuto, in questa circostanza ricordare le
preclare virtù di Giovanni Guarino Amella. L’onore di commemorarlo è
toccato a me solo perché, negli ultimi agitati anni fui il più
intimo ed il più affezionato dei suoi discepoli, il più devoto dei
suoi collaboratori.
Tre mesi or sono in una clinica di Palermo, in
seguito ad intervento chirurgico decedeva assistito da parenti ed
amici Giovanni Guarino Amella. La notizia della morte si era sparsa
rapidissima sia a Palermo, sia nella nostra città. I quotidiani del
mattino, riportarono la ferale notizia sotto titoli listati in nero:
un fremito corse per la capitale siciliana e per i comuni della
nostra provincia: con lui si era spenta una delle figure più
rappresentative dell’Isola ed uno degli uomini che in campo
nazionale di più l’aveva onorata. Con lui si spegneva il più
battagliero ed il più leale combattente, che durante un
cinquantennio di vita pubblica – spesa tra le pubbliche
amministrazioni dell’agrigentino ed il Parlamento prima, e per la
autonomia e la regione poi non aveva mai dimenticato la sua patria
d’adozione, la città che gli aveva dato onori e delusioni: la sua
Canicattì.
Pier Luigi Ingrassia, giornalista e suo amico
disse di lui: a Canicattì conservò i suoi ricordi e la sua casa, ivi
continuò ad educare e a rinvigorire i suoi affetti familiari e di
Canicattì conservò, perfino nel parlare, la pronunzia ed il
dialetto. Che vuol dire questo se non il grande amore che egli ebbe
per la sua città?
Sorrideva quasi con soddisfatta ingenuità
quando scherzando noi si parlava della “repubblica di Canicattì”, e
non per accennare ad un feudo politico che ormai non c’era più, ma
quasi a sottolineare la filiale devozione di tutti i suoi
conterranei.
Dall’amore per questa sua città adottiva, anzi,
qualcuno pensò che egli vi fosse nato: pochi sapevano, invece che un
piccolo comune della provincia agrigentina, un paesello sperduto tra
le valli infeconde del Platani, tagliato dal mondo, Sant’Angelo
Muxaro, in un giorno d’ottobre del 1872 gli aveva dato i natali:
fanciullo, dimostrò doti non comuni tanto da incoraggiare i genitori
a trasferirsi ad Agrigento perché il futuro “maestro” del diritto,
il futuro uomo politico, potesse iniziare gli studi. Studi che,
sopravvenuti dissesti finanziari nella sua famiglia, avrebbe
interrotto se per la munifica spontaneità di un patrizio, il Barone
Francesco Lombardo poté invece continuare fino al conseguimento
della laurea.
E’ di quel tempo il trasferimento a Canicattì
di Giovanni Guarino Amella. La vita politica lo attrae: il
giornalismo lo lancia, lo immette nell’agone politico: competente
nei problemi che affronta, felice nella polemica, elegante nello
stile Egli è, prima di tutto, un giornalista. I vecchi ricorderanno
i fogli battaglieri con i quali egli riuscì a sgominare vecchie e
forti consorterie e a mettersi a capo dell’amministrazione
provinciale. Così riuscì a crearsi una preminente popolarità a
Canicattì della quale divenne sindaco.
Gli avversari furono criticati, messi alla luce
i loro difetti, abbandonarono al giovane Guarino Amella le
posizioni: caduti, ritornarono ad essere rispettati perché avevano
combattuto per difendere idee, programmi sistemi che pur essendo in
contrasto con quelli di Guarino Amella, erano degni di rispetto,
perché Colui che oggi commemoriamo ebbe sacro il dovere del rispetto
per le idee altrui, allora e sempre.
Ho appreso tali notizie dai fogli, ormai
ingialliti, ricordi di tante .....
Guarino Amella fu un giornalista: sul “Moscone”
sul “Chiodo” su la “provincia Nuova” su la “Zanzara” su la “Fiamma”
profuse i tesori del suo sapere, le sagge dissertazioni sul modo di
amministrare, le sue doti d’arguto polemista: egli fu un giornalista
completo.
Ed il giornalismo, come mezzo per la sua
quotidiana battaglia doveva condurlo a più alte mete. Eletto
deputato al Parlamento per la circoscrizione di Canicattì si affermò
senz’altro tra i colleghi di partito.
In contrasto con i mutati eventi politici si
ritirò a vita privata, dedicandosi alla sua professione. Come tanti
suoi colleghi avrebbe potuto approfittare nell’interesse personale
d’accordarsi al Fascismo: mai volle cambiare l’indirizzo della sua
vita, e per la dignità che Egli dimostrò durante i vent’anni, fu
rispettato come prima.
Vigilato in un primo tempo, ritornò
completamente libero quando gli avversari si accorsero che Guarino
Amella sarebbe stato capace di combattere a viso aperto, mai con
manovre di corridoio,
ebbe il culto della Patria che amò. Quando nel
1935, l’Italia impegnata nella guerra etiopica scrisse e pagine di
gloria, quando la patria chiamò a raccolta tutti i suoi figli,
Giarino Amella il segretario dell’Aventino, l’irruento oppositore
del governo al potere, non pensò agli uomini che governavano il
Paese e che erano suoi avversari, pensò solo alla patria che
chiedeva sacrifico ai suoi figli senza domandare il colore politico
e con gesto indimenticabile, il 18 novembre consegnò oro alla
Patria, affamata dalle sanzioni, ed accompagnando l’offerta con una
lettera che concludeva: “Nel cratere che arde sull’altare della
Patria si fondono le vecchie e le nuove passioni”.
Nobili parole di un uomo che compiva il suo
dovere, cittadino come gli altri cittadini.
Gli anni passarono: il lavoro, lo studio
assorbiva la sua vita: gli anni più sereni tra la villa del Buon
riposo.
Poi... poi la guerra, le distruzioni,
l’occupazione.
Guarino Amella ritorna in mezzo al suo popolo:
o no, non è felice di ritornare dopo una guerra perduta: è solo
costretto, costretto perché con la fama che egli gode, con il
rispetto del quale è circondato egli, può agevolare può aiutare il
suo popolo. Niente liste di persecuzione, niente vendette
personali!
Canicattì ha di nuovo il vecchio sindaco: di
nuovo Guarino Amella è nell’agone politico.
Si circonda di giovani, perché, malgrado gli
anni giovanile è il suo spirito: e ritorna prima di tutto
giornalista.
“La Fiaccola” sarà il nuovo organo di
battaglia: Soresi, Portalone, Li Calzi, io siamo i giovani dei quali
si serve per il suo giornale: ci affida importanti problemi, ci
istruisce, ci fa “ammalare” di giornalismo”. La Fiaccola ha un
compito: la battaglia dell’autonomia siciliana. Sono anni di lotta,
lotta per il bene della nostra terra: dello striminzito settimanale,
delle idee che lui, Guarino Amella, che noi sotto la sua guida
facciamo diventare pubbliche, delle quali facciamo mano a mano
innamorare la massa, si impadronisce la grande stampa, più quotata,
più organizzata. .....
Sicilia combattono la nostra stessa battaglia e
quanto prima il Corriere di Sicilia, La Voce, Sicilia del Popolo
scendono in lizza, parlando, spiegando, illustrando l’autonomia, i
benefici, gli effetti.
Guarino Amella è al primo posto: un articolo,
una intervista una conferenza a Palermo, una discussione a Roma,
l’autonomia accordata: ha vinto.
Ma la via non è ancora del tutto sgombra di
ostacoli: Roma pensa che la concessione fatta agli isolani sia
troppo ampia, troppo ampio il mandato da affidare ai nuovi dirigenti
che siederanno al Parlamento della Regione. Nuovi intoppi, nuovi
intralci. E’ ancora Guarino Amella in prima linea. La Commissione
Paritetica della quale è presidente ha la meglio contro le richieste
del governo centrale.
Ma solo Guarino Amella si è sacrificato: per il
bene della sua terra Egli, superiore agli interessi personali,
lascia che gli altri liberamente si associno, sfruttino le
occasioni, riescano vincitori nella lotta. Guarino Amella è
costretto a presentarsi con l’uno o con l’altro partito. Tutti lo
vorrebbero avere nella propria lista. È un competente, un uomo che
riscuote fiducia. Non si piega: sono grossi partiti manovrati da
Roma: un giorno ci si troverebbe faccia a faccia contro i
rappresentanti centrali. Si dovrà tradire la Sicilia oppure il
partito dal quale si dipende. Sorge perciò l’Unione siciliana del
Lavoro – senza nessun compromesso, senza nessun legame con Roma. Il
risultato fu lusinghiero: non vinse e tuttavia fu vincitore.
Sedicimila suffragi raccolse quell’Uomo, sedicimila persone
attestarono nella provincia di Agrigento il valore, la competenza,
la passione di Guarino Amella.
Tre mesi fa ci lasciò. Passò per l’ultima volta
dalla città che lo aveva amato e che aveva tanto amato, tra due ali
di popolo commosso, che tante, infinite volte era andato da lui per
chiedere consiglio.
E noi, noi che gli fummo vicini non vedremo più
nelle calde, afose giornate d’estate il “Maestro” lasciare lo studio
vicino al Duomo e salire verso la villa del “Buon Riposo” o, non per
starsene in ozio, ma per continuare a studiare per continuare a
lavorare perché egli del lavoro sostanziava la vita e nel lavoro
aveva trovato il conforto per le sue preoccupazioni.
Era partito fiducioso e contava sulla sua fibra
d’acciaio. Ma l’acciaio si è spezzato! E Guarino Amella non è più.
Non è più carne e materia perché per Canicattì Egli non è morto.
Egli vive e vivrà nella mente e nel cuore di tutti noi che lo amammo
e lo ammirammo, vive e vivrà nella mente e nel cuore delle sue
creature che porteranno orgogliose il nome di lui, vive e vivrà nel
ricordo di questa terra, di questa sua adorata Canicattì che non
dimenticherà mai quello che Egli
fece.
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